Per uno scrittore, conoscere e rispettare il bisogno di chiusura narrativa equivale ad avere una leva psicologica in più per gestire le emozioni dei lettori.
Esso infatti è strettamente legato ad un bisogno più ampio, che tutti sentiamo e che ci accompagna da sempre: avere chiarezza e certezza in tutte le cose e in tutti gli aspetti della nostra esistenza.
Uno scrittore consapevole può dosare il grado di chiusura o di apertura per mantenere l’attenzione viva, sorprendere, o dare soddisfazione.
In questo approfondimento ti spiego nel dettaglio cos’è il bisogno di chiusura narrativa, la sua derivazione dalla teoria del bisogno di chiusura cognitiva e ti offro alcuni esempi e spunti per migliorare il tuo modo di scrivere sulla base di questa consapevolezza.
In cosa consiste la teoria del “bisogno di chiusura cognitiva”
Abbiamo detto che il bisogno di chiusura narrativa deriva dal bisogno di chiusura cognitiva (Need for Cognitive Closure, NFC), teorizzato dalla psicologia sociale. Riguarda la tendenza degli individui a cercare risposte certe e definitive anziché tollerare l’incertezza . Lo ritroviamo in molti ambiti in cui le persone cercano risposte chiare e definite, quindi non solo nella letteratura, nella narrativa e nel cinema.
Nell’ambito del giornalismo quando una notizia resta incompleta, il pubblico prova frustrazione. Pensiamo ad un processo senza verdetto, una scomparsa senza soluzione, un delitto irrisolto. Le persone che si interessano a questi casi, cercano una chiusura cognitiva nei giornali, in tv, nei documentari o tramite inchieste giornalistiche specifiche: vogliono sapere come è andata a finire la storia.
Nei processi, le persone (giuria, opinione pubblica, familiari delle vittime) hanno bisogno di una sentenza chiara che chiuda la vicenda, per mettersi l’anima in pace. L’assenza di verdetto o i casi irrisolti alimentano senso di ingiustizia e incompiutezza.
Anche nell’ambito degli studi storici, si ricercano fonti coerenti che spieghino eventi complessi, come le cause di una guerra, le responsabilità in un disastro, gli attori coinvolti in uno scontro.
L’incertezza storica (documenti mancanti, interpretazioni multiple) spesso genera il desiderio di una versione definitiva.
Il bisogno di chiusura cognitiva lo vediamo altresì nelle relazioni personali: dopo una rottura, molte persone pretendono una spiegazione chiara che dia senso all’accaduto, anche se questa spiegazione può fare molto male psicologicamente. Quando essa manca, molte domande restano sospese e si continua a rimuginare di continuo sugli stessi fatti ed eventi.
La chiusura cognitiva la notiamo oltretutto nella comunicazione e nel marketing e qui ha un obiettivo ben preciso. Le campagne pubblicitarie usano storytelling con finali chiari e rassicuranti, perché una narrazione incompleta può creare curiosità ma a lungo andare rischia di frustrare il pubblico.
Cos’è il bisogno di chiusura narrativa
Da queste premesse, possiamo dedurre che il bisogno di chiusura narrativa è una specifica manifestazione di questa esigenza di chiusura cognitiva ed emerge in ogni contesto di racconto, spiegazione o esperienza con un inizio e una fine.
Se la fine manca o resta ambigua, alcune persone provano disagio perché cercano una conclusione definita. Il bisogno di chiusura narrativa è quindi l’esigenza, da parte del lettore o spettatore, di comprendere o stabilire un senso di completezza nella storia.
Per uno sceneggiatore o uno scrittore, scegliere tra un finale aperto o chiuso implica lasciare all’utente la sicurezza di una conclusione o, al contrario, stimolare immaginazione e interpretazione.
Tuttavia questo bisogno non riguarda solo il finale o l’epilogo della storia, bensì interessa più in generale la completezza della trama. Molti utenti sentono il desiderio che anche altri elementi introdotti nel racconto trovino una qualche forma di risoluzione o spiegazione.
Un aspetto della trama marginale, un evento situato nella parte centrale della storia, o un personaggio secondario possono essere interessanti per i lettori/spettatori e generare curiosità allo stesso modo del finale. Per questo lo scrittore deve scegliere come gestirli adeguatamente.
La scala del bisogno di chiusura cognitiva
La Need for Closure Scale (NFCS) è uno strumento elaborato da Donna M. Webster e Arie W. Kruglanski (1994) per misurare il livello individuale di bisogno di chiusura cognitiva (NFC). Si tratta di un test che può rivelarsi molto utile per uno scrittore o uno sceneggiatore al fine di comprendere meglio le preferenze cognitive del proprio pubblico ideale e di conseguenza strutturare la propria narrazione in modo più mirato.
Potrebbe ad esempio somministrare la NFCS ad un campione rappresentativo del pubblico target: potrebbero essere 30 lettori appassionati di un determinato genere. La versione breve a 15 domande è adatta per sondaggi rapidi e ha mostrato proprietà psicometriche solide.
In seguito può interpretare i punteggi ottenuti per identificare il livello di bisogno di chiusura cognitiva (NFC) del campione. Punteggi elevati indicano una preferenza per risposte rapide e definitive, finali chiusi, risoluzioni chiare dei conflitti e spiegazioni dettagliate degli eventi. Mentre punteggi bassi suggeriscono una maggiore tolleranza per l’incertezza, finali aperti, maggiore spazio all’interpretazione e un certo grado di ambiguità nella trama.
Un lettore con alto NFC preferirà probabilmente un giallo in cui tutti i misteri vengono risolti e il colpevole è chiaramente identificato, mentre un lettore con basso NFC può apprezzare finali più ambigui, colpi di scena inaspettati o misteri lasciati aperti, trovando interesse nella possibilità di interpretare la storia in modi diversi.
Trovi la versione breve della NFC Scale in questo approfondimento.
La NFCS si può usare anche in abbinamento ad un test A/B. Lo scrittore può preparare due riassunti del suo romanzo con due varianti: un riassunto della trama con il finale aperto e uno con il finale chiuso. Poi può far leggere il primo riassunto con finale aperto al gruppo di persone che è risultato più bisognoso della chiusura narrativa e vedere come reagisce.
Al contrario, il riassunto della trama col finale chiuso può essere somministrato al gruppo che non ha bisogno della chiusura narrativa.
Raccogliere le prime impressioni e feedback può rivelarsi davvero interessante e utile per decidere la versione finale della storia.
Finale chiuso vs finale aperto
Abbiamo visto che il bisogno di chiusura narrativa non è necessariamente legato al finale ma può trovarsi in qualunque punto della trama e riguardare anche personaggi secondari o dettagli marginali.
In un romanzo, un lettore può voler sapere cosa succede ai personaggi secondari che appaiono solo in alcune scene, anche se non influenzano la trama principale.
Anche piccoli enigmi introdotti all’interno della storia possono generare frustrazione se lasciati senza risposta. Inoltre le regole del mondo della storia devono avere una certa logica interna. Se un dettaglio introdotto non viene rispettato, il lettore con alto bisogno di chiusura percepisce una falla narrativa.
La chiusura può riguardare anche rapporti emotivi o conflitti. Ad esempio in un romanzo rosa, il lettore potrebbe voler sapere come evolve la relazione tra due personaggi secondari prima della fine della storia principale.
Ora che abbiamo capito questo punto, soffermiamoci sulla chiusura vera e propria, cioè l’epilogo della storia, lo scioglimento, ovvero la fase finale del racconto in cui i conflitti si risolvono e si ristabilisce una forma di equilibrio. Quando manca questo scioglimento, si parla di finale aperto.
Molti lettori o spettatori manifestano un forte desiderio per un finale chiuso, una conclusione chiara e definita, che fornisca risposte e risoluzioni agli eventi e ai conflitti presentati. La scelta tra un finale aperto e uno chiuso da cosa dipende da vari fattori.
Gialli, thriller classici, romanzi rosa tradizionali spesso richiedono finali chiusi per soddisfare le aspettative del genere.
Horror psicologico, fantasy complesso, narrativa sperimentale danno più spazio per finali aperti, colpi di scena e ambiguità.
Alcuni autori sfruttano la chiusura aperta per stimolare la creatività e l’interpretazione personale dei lettori, per condurre a dibattiti e aprire le porte ai sequel.
Quindi la scelta non è solo estetica, ma nasce da una combinazione di caratteristiche del pubblico, scelte di genere, obiettivi narrativi e psicologia dei lettori.
Esempi di finali aperti e chiusi
Per capire meglio questi concetti vi porto alcuni esempi chiari di autori e registi che hanno scelto deliberatamente finali chiusi o finali aperti, così da mostrarvi il contrasto. Bisogna comunque precisare che molti autori mescolano le varie strategie. Possono chiudere le trame principali ma lasciare aperti dettagli marginali e sottotrame, bilanciando soddisfazione e mistero.
Chiusura totale (closure completa)
Agatha Christie, nei suoi gialli classici (Assassinio sull’Orient Express, Dieci piccoli indiani), arriva ad individuare il colpevole e tutti gli enigmi sono risolti.
Anche J.K. Rowling in Harry Potter conclude la saga con un epilogo che mostra il destino dei principali personaggi.
Alfred Hitchcock in molti thriller classici usa molto la suspense ma l’assassino o il mistero vengono sempre svelati alla fine.
Finali aperti (closure incompleta o ambigua)
Questi autori/registi invece lasciano spazio all’interpretazione e spesso stimolano riflessione o immaginazione.
Christopher Nolan nel film Inception termina con il famoso totem che gira, lasciando aperta la domanda se il protagonista sia ancora nel sogno.
Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio propone un finale aperto e simbolico, senza spiegazioni definitive.
Un altro esempio di opera con un finale aperto è Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. La trama principale sembra risolversi quando Dorian distrugge il ritratto, ma il suo destino finale rimane ambiguo.
La mia personale opinione sulla chiusura narrativa nelle storie
Dal mio punto di vista, provo una grande frustrazione quando ci sono elementi minori della trama che non vengono spiegati: dettagli marginali che sembrano promesse narrative (oggetti, dialoghi, eventi secondari), personaggi secondari il cui destino non viene chiarito, piccoli misteri introdotti lungo la storia che restano irrisolti. Quindi il mio bisogno di chiusura narrativa non è legato al finale, ma a dettagli o sottotrame.
Invece i finali li preferisco quasi sempre “aperti”, perché sono una porta verso nuove possibilità, sia nella propria immaginazione sia per eventuali sequel. Un finale aperto mi permette di continuare a giocare con la storia, immaginando sviluppi, futuri dei personaggi o risoluzioni alternative. Inoltre, quando la storia è particolarmente coinvolgente, un finale aperto può aumentare l’attaccamento emotivo: la storia resta viva nella mia mente e il desiderio di un sequel o di espandere l’universo narrativo aumenta.
Già considerando le mie personali inclinazioni possiamo dedurre che il bisogno di chiusura narrativa non è uniforme. Può riguardare sia il finale principale sia dettagli marginali, sottotrame o personaggi secondari.
Allo stesso tempo, la preferenza dei lettori varia molto in base a fattori individuali come il livello di Need for Cognitive Closure (NFC), la tolleranza all’ambiguità, l’attaccamento emotivo alla storia o ai personaggi.
Dall’altro lato, lo scrittore deve tenere conto di genere e convenzioni narrative, obiettivi della storia (sorpresa, riflessione, intrattenimento), ritmo e struttura della trama, coerenza interna del mondo narrativo.
In pratica: non esiste una “formula universale” per la chiusura narrativa. La combinazione ottimale dipende da una molteplicità di variabili. Spesso il successo di una storia nasce proprio dall’equilibrio tra finale aperto o chiuso, chiusura di dettagli marginali, gestione della suspense, coerenza emotiva e logica della trama.
Lo scrittore che è consapevole del bisogno di chiusura narrativa, sia nella propria scrittura sia nelle reazioni che suscita nei lettori, può avere un grande vantaggio competitivo rispetto a scrittori che non lo tengono in considerazione, aumentando le probabilità di successo della sua storia.
Se ti interessa questo argomento, oltre a provare il Test NFC, leggi anche l’articolo che ho scritto su un altro mio blog e che riguarda il finale di una storia senza tempo: quella dell’Uomo Tigre. Ci sono infatti due finali diversi: nel manga puoi trovare un finale chiuso mentre nella serie anime il finale è aperto. Questo è un caso in cui stranamente molti fan non hanno apprezzato il finale chiuso. Se vuoi saperne di più leggi Tiger Man è morto? Ecco cosa succede a Naoto Date nel finale
Se vuoi migliorare il tuo modo di scrivere, leggi anche Show, Don’t Tell: la chiave per una scrittura coinvolgente

